iGoOn, l’innovazione legale è possibile

Pubblicato il 10 giugno 2015

Inquinamento, costo del mantenimento di una autovettura, continui aumenti del carburante, disservizi del trasporto pubblico: siamo nel 2015 eppure spostarsi da un luogo a un altro può trasformarsi in un incubo. Risolvere questi problemi è uno degli obiettivi che la startup americana Uber si prefigge: tramite il servizio UberPop trasformano gli automobilisti in tassisti e permettono agli utenti di cercare un passaggio. Come abbiamo appreso in queste settimane il servizio sembra essere, secondo il giudice del Tribunale di Milano, in contrasto con la legge italiana e per questo si è deciso di sospenderlo momentaneamente.

La General Manager di Uber Italia, Benedetta Arese Lucini, ha così commentato la sentenza: “Siamo dispiaciuti per la decisione del giudice di non permettere che UberPOP continui a operare tra oggi e il 2 luglio, quando ci sarà la prossima udienza. Ovviamente la rispetteremo, ma continueremo a batterci legalmente affinché le persone possano continuare ad avere un’alternativa affidabile sicura ed economica per spostarsi in tante città. E perché non venga negata a migliaia di driver una risorsa economica. Moltissimi nelle ultime settimane ci hanno sostenuto, cittadini, opinion leader, associazioni di consumatori. E’ la dimostrazione che il nostro servizio è amato, proprio perché utile e decisivo per la mobilità cittadina. E anche l’Autorità dei Trasporti ha chiarito ancora una volta la necessità di una nuova regolazione per servizi innovativi come il nostro. Ora tocca alla politica portare l’Italia verso l’innovazione, prendendo le decisioni necessarie per permettere la mobilità del futuro”. Inoltre, l’azienda ha anche sollecitato gli utenti invitandoli a “far sentire la loro voce” e specificando che il servizio si fermerà finché UberPop non riuscirà a far valere le ragioni sia dell’azienda che dei passeggeri e automobilisti. L’invito è quello di twittare chiamando in causa anche il premier Matteo Renzi. Che sia una velata richiesta di regolamentazione ad hoc?

Ma a risolvere i piccoli problemi della quotidianità non ci hanno pensato soltanto i giganti d’oltreoceano; basta spostarsi a Napoli per trovare una soluzione completamente made in Italy e che non corre rischi di sospensione momentanea.

iGoOn autostop digitale

Parliamo dell’applicazione iGoOn, una piattaforma che consente agli utenti con percorso comune la condivisione delle spese, la riduzione delle emissioni nocive, il dimezzamento delle auto in circolazione e tutto in piacevole compagnia. Con iGoOn si ha dunque la possibilità di trovare in tempo reale un compagno di viaggio e “rivoluzionare il modo di spostarsi in città”.

Che la legislazione italiana non sia sempre al passo con l’innovazione è dato di fatto. Di questo abbiamo parlato con Claudio Cimmelli, CEO e Founder dell’applicazione iGoOn:

iGoOn noi di YOUng ormai lo conosciamo. Cos’è cambiato da un anno a questa parte? 

Esattamente un anno fa iGoOn era un’idea allo stato embrionale, oggi è diventato un vero e proprio prodotto. Con l’esperienza nell’acceleratore WCAP di Telecom abbiamo avuto modo di portare a termine la prima parte di sviluppo e di lanciare la prima versione dell’applicazione questo Aprile. Al momento contiamo circa 500 utenti a Napoli e stiamo assistendo ad una certa crescita.

La riduzione delle auto in circolazione sembra oggi essere un tema di cui tanti si curano. In questi giorni non si fa altro che parlare della sentenza UberPop; cosa ne pensi?

Il nostro servizio differisce completamente da quello di Uber. Con iGoOn ogni utente è membro di una community altamente collaborativa. Ogni automobilista iscritto alla nostra applicazione mette a disposizione i  posti liberi della sua auto solo per gli spostamenti che deve effettuare e verrà messo in contatto con i passeggeri che cercano passaggio verso la stessa destinazione; per questo motivo il servizio non prevede alcun profitto verso l’automobilista, ma una semplice divisione delle spese di carburante. I driver di Uber, invece, una volta ricevuta la chiamata, accompagnano il passeggero, che faremmo meglio a definire cliente, verso la destinazione richiesta. Questo fa sì che la tariffa debba necessariamente far fronte anche ad un profitto da parte dell’automobilista.

Rispetto alla startup di San Francisco vi rivolgete ad un mercato complementare. Vi considerate rispetto a loro una diversa declinazione della stessa definizione di sharing economy?

Come si sarà fin qui intuito, la sharing economy interpretata da iGoOn consiste in un approccio altamente collaborativo. Io ti accompagno solo se dobbiamo andare nella stessa direzione, tu mi rimborsi soltanto una parte delle spese di carburante: insieme siamo stati attori di un mercato realmente collaborativo, nessuno di noi due ci ha guadagnato, ma entrambi abbiamo risparmiato.

 

Così come per la concorrenza sleale di Uber, anche per il carpooling si registra un vuoto normativo. Non ritenete di poter essere il prossimo bersaglio di qualche lobby?

Il regolamento di iGoOn prevede un “Contratto di Trasporto Persone a Titolo Gratuito”, regolamentato dall’art. 1681 del codice civile. Questo contratto è caratterizzato dalla gratuità della prestazione eseguita dall’automobilista, a titolo non professionale e senza scopo di lucro, senza comunque escludere un contributo da parte del passeggero in forma di semplice rimborso spese.

 

Pensi sia giusto per Uber, iGoOn, e per qualsiasi startup, creare una legislazione ad hoc che permetta a servizi innovativi di contrastare una serie di sistemi per la maggior parte paralizzati dagli interessi di alcuni? 

In generale, è del tutto auspicabile che il progresso tecnologico debba portare alla riformulazione della legislazione in merito a fenomeni introdotti dai servizi innovativi. Creare legislazioni ad hoc significa semplicemente legittimare il progresso e regolamentarle le sue implicazioni nella vita dei cittadini. Nel caso di Uber, però, ritengo che una legislazione ad hoc favorirebbe un sistema che legittima un vero e proprio lavoro non regolamentato dalla legge italiana. Ben venga l’innovazione e l’utilizzo della tecnologia per risolvere problemi quotidiani ed aiutare i cittadini, ma Uber ha mischiato due termini che devono trovarsi agli antipodi: sharing economy e posti di lavoro. Gli autisti Uber sono attori della sharing economy o professionisti? Sono attori di un sistema che abbraccia una nobile causa, recitando un ruolo all’interno di un mercato altamente collaborativo, o sono persone che arrotondano il loro stipendio, magari facendo qualche corsa notturna per pagarsi il mutuo di casa?

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